Prima volta in Enduro

La prima volta in Enduro con KTM 250 EXC-F Six Days

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Caldo, grip, tanti cavalli e saponette bruciate: è il pane di noi smanettoni. Ma cosa succede quando si prende un motociclista con più di 15 anni di esperienza tra strada e pista, e lo si getta nel fango per la sua prima volta in off-road tra boschi, guadi e fango? Abbiamo mandato Lore a fare da cavia… Ecco, dunque, il racconto della sua prima volta in enduro in sella a una KTM 250 EXC-F Six Days

Testo: Lore

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Sono sempre stato uno smanettone integralista, come penso molti di voi. Mi piacciono la velocità, il grip, le saponette bruciate, l’inebriante sensazione del gomito che sfiora l’asfalto in piega o delle braccia che ti si allungano quando spalanchi il gas sul rettilineo di un circuito da mondiale. Per questo motivo non ho mai visto di buon occhio tutte quelle attività che prevedono l’uso di una moto lontano dall’asfalto. Enduro, cross, off-road in generale… li ho sempre considerati con una certa sufficienza, ritenendoli roba da motociclisti rozzi e sporcaccioni (io che ci tengo a tenere pulitissima la mia due ruote…) e di sicuro non adatte ad alimentare la mia sete di adrenalina. Senza contare che in fuoristrada le cadute sono la norma, non l’eccezione, per cui.. ok, mi ha sempre anche un po’ spaventato l’idea di guidare una moto in costante condizione di grip precario.

Prima volta in Enduro: come nasce l’idea?

In definitiva, fino a poche settimane fa non mi aveva mai sfiorato nemmeno lontanamente l’idea di fare dell’off-road. Ma proprio zero assoluto. Poi, un giorno, mi arriva una notifica sul telefono. È Daria, la ragazza a cui sto dietro da qualche settimana, che mi sta scrivendo su WhatsApp: Ehi, motociclista! Sabato prossimo io e dei miei amici andiamo a fare Enduro. Tu sei capace? Vuoi venire? Ehm… sapete come vanno a finire queste cose, vero? Ma certo, mi piace da matti l’enduro! Vengo volentierissimo!

Dannato orgoglio maschile

Questo flashback mi torna in mente un’ultima volta quando ormai siamo tutti al punto di ritrovo stabilito, compresi Marco Iob e Salvatore Di Benedetto, detto Sasa, della JM Offroad School. Il primo è pluricampione italiano di motorally, il secondo viaggia e si diverte in fuoristrada da una vita. E poi ci sono io, che non ho mai messo le ruote su nulla di più lontano dall’asfalto del parcheggio sterrato di qualche bar del passo. Li prendo da parte e, senza farmi sentire dagli altri, confesso loro la mia più totale inesperienza in materia, ma mi rassicurano. “Vai tranquillo, segui i nostri consigli e ti divertirai!”. Lo spero vivamente, ma ammetto di essere teso come se dovessi provare una moto del mondiale MotoGP guidando bendato.

Così, vestito nel mio completo iperprofessionale nuovo di pacca e con una ultraspecialistica KTM 250 EXC-F Six Days al seguito, getto la maschera e mi metto ad ascoltare in religioso silenzio mentre Marco spiega i fondamentali dell’off-road agli altri novizi come me. Posizione di guida da seduti e in piedi, come affrontare le salite, come usare il gas, e altri concetti base di questo tipo tra cui, soprattutto, la tecnica corretta per far girare la moto, cioè premendola verso la curva col corpo, anziché sporgendosi verso l’interno come si fa con le sportive sull’asfalto. Dal punto di vista teorico non c’è nulla che mi risulti del tutto nuovo o incomprensibile, ma sarà altrettanto semplice all’atto pratico?

Prima volta in Enduro: il primo approccio

Terminata l’infarinatura teorica, accendo la KTM semplicemente premendo sul tastino a manubrio – è talmente focalizzata sulle prestazioni, da non avere nemmeno il blocchetto con la relativa chiave – e mi inserisco anche io nel breve circuito improvvisato tra alcuni alberi, dove provare quanto appena appreso sotto gli occhi attenti di Marco. All’inizio mi muovo con la stessa flessuosità di un gatto di marmo, eseguendo le prime curve e le prime accelerate su fango e foglie morte come se il minimo errore del mio polso destro nel dosare il gas dovesse dare come sicura conseguenza un volo in orbita.

Focus sulla KTM 250 EXC-F Six Days

In realtà, già dopo un paio di giri del tracciato di prova, per la prima volta dall’inizio dell’intera faccenda, inizio a vedere una luce in fondo al tunnel. E ad aiutarmi è sicuramente la EXC-F che sto guidando, che sembra fare di tutto per rassicurarmi e mettermi a mio agio in queste condizioni per me così anomale, con la sua sconcertante leggerezza e facilità.

Nonostante la sella sia ad altezza siderale dal suolo, 960mm per la precisione, le sospensioni debitamente morbide fanno sì che, nonostante il mio metro e 74, la seduta si abbassi a sufficienza sotto il mio peso da farmi raggiungere con relativo agio un appoggio quasi stabile. E da lì, gestire i soli 110kg col pieno dell’intero pacchetto, diventa talmente naturale, da far sparire dalla lista delle mie preoccupazioni l’ipotesi di cadere da fermo. Anche quando nelle prime manovre faccio stallare il piccolo monocilindrico 4T da 250cc con lo sterzo girato, tenere su la KTM non è mai un problema.

Anzi, una volta abbandonato il mini percorso di prova e iniziato il giro vero e proprio, è il motore l’ulteriore elemento che mi prende per mano: gira con la precisione di un orologio svizzero, ha un’erogazione pulita e lineare sin dal minimo e, complici i rapporti cortissimi, arriva a tollerare anche un paio di marce di troppo dimenticate nella concitazione di qualche passaggio più complicato. Complicato per me, s’intende.

Il primo guado in un torrente

Inizialmente percorriamo quasi solo strade bianche e sentieri piuttosto larghi e ben mantenuti, così da lasciarmi ulteriore tempo per prendere confidenza col mezzo e la situazione. Poi per la prima volta il bosco inizia a chiudersi attorno a noi, il percorso si fa leggermente più stretto e accidentato, e arriva il momento del primo guado attraverso un torrente. Oddio, più che un guado in un torrente, un fuoristradista vero credo lo chiamerebbe “pozzanghera”, ma comunque lo supero senza grosse difficoltà (facendo impennare immediatamente la mia autostima), mentre nella salita relativamente ripida che subito dopo riporta sul sentiero, scopro per la prima volta che grip incredibile possano effettivamente offrire delle gomme tassellate su una superficie dove il concetto di aderenza sembrerebbe sconosciuto. E così anche sui successivi sentieri, sempre più stretti, ripidi e ricoperti di fanghiglia e fogliame.

Prima volta in Enduro: la frenata

Dopo un’oretta circa, trascorsa senza particolari drammi e con un feeling sempre crescente, sia con la moto, sia con lo stile di guida richiesto dall’off-road, arriviamo al primo punto di sosta, con una spettacolare vista panoramica sul Lago d’Orta che supplica di essere fotografata. È una sensazione strana trovarsi qui in moto, in un luogo che normalmente avrei ritenuto raggiungibile solo a piedi. Strana, ma appagante. Oltre che per qualche scatto con lo smartphone, ne approfitto per chiedere un paio di dritte a Marco e scambiare quattro chiacchiere con Sasa. “Te la stai cavando bene, però cerca di tenere i gomiti più alti!” Mi appunto mentalmente il suggerimento, poi ripartiamo, questa volta in discesa, dove affronto un’altra delle mie paure da smanettone: la frenata con poco grip.

In breve, il mio terrore era quello che la mancanza di aderenza significasse praticamente non poter toccare la leva senza innescare bloccaggi dell’anteriore. Complice ancora una volta la Six Days che sto guidando, costruita da cima a fondo per fare esattamente quello che sto facendo, scopro che la realtà è del tutto diversa. L’impianto frenante è improntato alla massima modulabilità e dolcezza d’intervento, mentre l’avantreno è solido, ma tarato specificamente (e perfettamente, direi) per creare un trasferimento di carico graduale sulla gomma anteriore, che così ha tempo e modo di artigliarsi al terreno esattamente come fa la posteriore in trazione.

Freno posteriore

Il freno dietro, invece, è più complicato da gestire correttamente, per via soprattutto della poca sensibilità con gli stivali da enduro. Rispetto a quelli che uso di solito per andare in pista mi sembra di indossare degli scarponi da sci, e faccio fatica a sentire chiaramente se e quanto sto premendo la leva. A parte questo, però, sono più a mio agio e, pur con velocità e metodi tutt’altro che impressionanti ed eleganti, inizio ad affrontare ogni situazione con sempre meno difficoltà e sempre più divertimento.

Miglioramenti 

A un certo punto, stento a crederci, ho l’impressione di starmela proprio godendo, tanto che inizio a osare qualche manovra un po’ più aggressiva, facendo derapare il posteriore all’uscita da qualche curva e provando qualche impennata. E lì, forse per riportarmi coi piedi per terra, Marco decide che sono pronto per un passaggio meno banale. Il gruppo si divide in due. Io vengo assegnato alla parte di quelli, ehm, “bravi”, il che da una parte mi preoccupa, dall’altra mi dà un certo orgoglio. Orgoglio che però svanisce quando capisco in cosa mi sono infilato: dovrò percorrere un sentiero piuttosto ripido, molle di fango e foglie morte, largo due spanne e che sulla sinistra presenta una scarpata apparentemente scivolosissima, che conduce a un torrente diversi metri più in basso.

Non vi racconto balle: ci metto non più di cinque minuti di orologio per completare il percorso, ma nel mio percepito sono cinque ore. Quando arrivo in cima sono fisicamente spossato come se avessi appena fatto due turni in pista su una Superbike, e mi sento sollevato e rassicurato come un sopravvissuto a una prova di Squid Game. Letteralmente. Anche perché, in tutta sincerità, non ho la minima idea di cosa io abbia fatto per guadagnarmi la salvezza.

Prima volta in Enduro: l’epilogo

A mente fredda, sono sicuro che con qualsiasi altra moto meno specialistica e allo stesso tempo meno “elementare” e leggera della EXC-F 250, probabilmente non sarei riuscito a completare l’ultima prova – e la mia giornata si sarebbe conclusa giù nel torrente in attesa di qualcuno che mi venisse a tirare fuori. Fortunatamente è andata molto meglio di quanto temessi. Anzi, ritornati al punto di partenza a fine giornata, col sole ormai tramontato, ero talmente esaltato che avrei voluto rifare tutto il giorno dopo. In generale, però, con questa esperienza ho scoperto che in enduro si sta tra amici appassionati in un modo diverso da quello a cui siamo abituati noi smanettoni, ma altrettanto genuino e divertente. E per chi è abituato a vivere solo di asfalto, le ruote tassellate aprono la via a vivere la moto tutto l’anno, dato che il freddo non è un problema in fuoristrada.

L’ulteriore elemento che ho apprezzato è quanto possa essere utile l’enduro anche come allenamento per noi stradisti e pistaioli: le continue perdite di aderenza – piccole o grandi, all’anteriore come al posteriore – addestrano i sensi a interpretarle e gestirle senza farsi prendere dal panico, ed è chiaramente un bagaglio di esperienza che può tornare utile anche in pista.

E Daria, la ragazza citata in apertura? Fortunatamente per me, anche lei era alle prime armi in off-road, e… beh, quando a un certo punto è caduta su un sentiero invaso dal fango, io ero appena dietro e l’ho centrata in pieno! A bassa velocità e senza farle davvero del male, certo. Ma di sicuro non era esattamente questa la maniera in cui pensavo di impressionarla, quando mi sono infilato in questa avventura…

Focus: abbigliamento da Enduro

Nella redazione di SuperBike Italia non c’era praticamente un solo capo che potesse andare bene per una giornata in enduro. Strano, vero? Il punto è che lontano dall’asfalto le velocità sono sì molto più basse, ma se l’abrasione è un rischio meno rilevante, gli impatti possono essere persino peggiori. E visto che un’armatura medievale imbottita di cuscini non mi sembrava la soluzione più adatta, dovendo mantenere al massimo agilità, mobilità e traspirazione per i tratti più lenti e tecnici, mi sono rivolto a dei professionisti.

Nello specifico, ho contattato un amico in Zandonà, azienda italiana specializzata in protezioni (da moto, ma non solo), e gli ho chiesto di mandarmi il necessario per una giornata in off-road. Il mio set completo di protezioni si è così materializzato sotto forma di Netcube Jacket, Netcube Shorts e Netcube Kneeguard, nei cui nomi è contenuta la loro caratteristica principale: la tecnologia Net3 con cui sono realizzate. In pratica si tratta di un reticolato tridimensionale in gomma nitrilica, studiato per assorbire e distribuire al meglio l’energia di impatto, con il non trascurabile effetto collaterale di risultare piuttosto leggero e traspirante. Al di là delle certificazioni CE presenti su ogni singolo elemento protettivo (di Livello 2, il massimo, per ginocchiere e parte alta del corpo), di sicuro posso dire che sono uscito senza nemmeno un livido dalle mie tre (leggere) cadute di giornata.

Cadute in cui, fortunatamente, non ho rovinato il resto del completo che vedete nelle immagini di questo articolo, anch’esso richiesto appositamente per questa esperienza. A comporlo sono casco Airoh Aviator 3, maschera Oakley Airbrake MX, completo Alpinestars Venture R e stivali Alpinestars Tech 3 Enduro. Così la prossima volta che mi presenterò per un’uscita tra i boschi, potrò replicare alla perfezione il mio aspetto da “pro” del tutto ingiustificato.